mercoledì, novembre 21, 2007

NAPOLI CHE MUORE (137): Flaiano, mon amour: libri

da:"Opere - Scritti postumi" di Ennio Flaiano. ed.Classici Bompiani.


La disattenzione è il modo più diffuso di leggere un libro, ma la maggior parte del libri oggi non sono soltanto letti ma scritti con disattenzione. Oppure con un'attenzione che fa parte dell'intesa autore-lettore. Si legge come si fuma, per tenere occupate le mani e gli occhi. Libri già cominciano a trovarsi abbandonati sui sedili dei treni. Sono stati letti per abitudine, per noia, per orrore del vuoto o di se stessi. Tra i vizi, la lettura, come diceva Valery Larbaud, è il vizio impunito, ma in certi casi smettere di leggere come di fumare può evitare gravi conseguenze.
Si può anche leggere un libro per sospetto e invidia. In questo caso il libro è troppo attraente, si pensa che avremmo potuto scriverlo addirittura noi e guadagnare fama e denaro. Bisognava soltanto pensarci. Si tratta di libri che ottengono grande successo, i "meglio venduti". Di solito centrano un falso problema, una situazione di moda, un punto di interesse e di attualità. Si fanno leggere, ansiosamente, con rabbia, e infine per poter continuare a dubitarne, ma anche per scoprire il segreto della loro gradevolezza. Dopo un paio d'anni, molti di questi libri, quando uno se li ritrova negli scaffali, ha voglia di buttarli via. Il fatto è che sono diventati brutti anche esteriormente, non hanno saputo invecchiare bene. Anzi sono la prova che la bellezza di un libro come oggetto non può prescindere dal suo contenuto. Non c'è infatti sopruso maggiore di un libro stupido rilegato lussuosamente.
Il terzo modo di leggere un libro è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l'età, l'esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai "quel" libro, di lasciarlo e riprenderlo, di "andarci a letto". Ma poichè questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poichè la sua sola vista procura un vero piacere, nè si teme di finirlo presto: lo scopo di questi libri e infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro.
Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. E' più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono a un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.

["Corriere della Sera", 27.1.1972]

Per chi ha la passione dei libri è difficile non essere d'accordo con Flaiano, specialmente oggi che l'editoria ha applicato il criterio "usa e getta" anche a molte collane.
Personalmente ho sempre trattato i miei libri come amanti. Ci ho dormito insieme per anni, svegliandomi in piena notte, accendendo la luce e riprendendone uno in mano. Qualcuno ne fu persino geloso, e forse non a torto.

14 commenti:

VitoBarese ha detto...

Ave...
La mia storia con i libri nasce dalla scelta.
In genere lego fra loro libri dello stesso autore, da questo autore poi scopro libri che ha letto lui(o lei), che gli sono in qualche modo collegati o argomenti che mi interessano, così scelgo libri "a cascata".
Una volta scelto il libro lo letto, senza mai abbandonarlo a metà, può prendermi più o meno, posso metterci settimane o mesi però lo devo finire.
Se poi è un libro che mi ha segnato (quasi tutti hanno qualcosa da insegnarti), mi ricapita di riprenderli fra le mani per cercarne un passo che mi rimbalza in testa in quel momento.

jean lezard ha detto...

Persino i libri, ormai, per le scelte editoriali, sono diventati oggetto di consumo e non fanno certamente cultura. Ciò che viene ingurgitato velocemente viene altrettanto velocemente espulso senza lasciare traccia. Verte tutto sull'emozione, generalmente un'emozione orribile, che sulla riflessione. Ha segnato molto la mia vita, e il mio lavoro, l'abitudine di riunire tutta la famiglia in giardino, o davanti al camino, per l'ascolto di una lettura, effettuata per lo più da mia madre. Tutto ciò che ne scaturiva, domande, obiezioni, si è sistemato nella mia anima e lì vive ancora.

miro ha detto...

La scrittura, e non solo quella dei libri, tutta la scrittura, è come l'amore: può elevarti e renderti migliore o spedirti all'inferno.

Ueuè ha detto...

Miro, hai detto giusto.
La scrittura ha, diciamo così, un potere di impregnazione.
Nel bene e nel male, come giustamente dici.

Chiara d'andrea ha detto...

Leggo quasi sempre due libri alla volta, e quasi sempre poi li butto, perchè sono scadenti e non mi piace regalare gli scarti.

cazzandra ha detto...

Se ben ricordo, Ueuè ha detto che i suoi livres de chevet sono il Vangelo e il Piccolo principe.
Ma è vero?

Ueuè ha detto...

Verissimo, Cazzandra, perchè dubiti?
Lì c'è tutto quello che mi interessa nella vita. La sapienza e la poesia.

embè ha detto...

Per me l'unico "libro" che mi capita di rileggere è una lettera che ho ricevuto qualche anno fa'. Una lettera che mi metteva a nudo, crudele come quasi sempre è la verità che ci riguarda, e tuttavia piena di promesse. Incompiute, perchè chi mi scriveva morì poco dopo in un incidente.

Ueuè ha detto...

Tutto ciò che rimane incompiuto, Embè, è sottratto al tempo, alla vita che macina e consuma. Resta un'incognita che non potrai mai svelare. Valery lo aveva ben capito. Ne riparleremo.

saverio ha detto...

Sono d'accordo, Ueuè. A questo punto, forse dovremmo parlare di Laura e di Beatrice

Ueuè ha detto...

Saverio, il frutto di un'idealizzazione, nel bene e nel male, è sempre l'Opera, vale a dire ciò che resta. E tuttavia, a mio modesto parere, l'oggetto idealizzato è sempre mezzo e mai fine, anche se l'autore lo ignora. Perchè è sempre l'indistruttibile anima sua che non può sottrarsi al giudizio, attraverso il tempo.
Ciò comporta, ovviamente, un carico di responsabilità da parte di chi scrive. Responsabilità per lo più ignorata, trascurata o disattesa, dagli scrittori contemporanei, preoccupati, insieme ai loro agenti letterari e agli editori, soltanto di vendere.

jean lezard ha detto...

Approvo in toto.

guglielmetti ha detto...

Come primo libro, a parte il "Cuore"
Ricordo "I misteri della Jungla nera" di Salgari. La storia l'ho dimenticata, l'emozione no.

Ueuè ha detto...

Guglielmetti, ti voglio bene.
Non diventare una bomba ad orologeria, però!